Traffico di Rifiuti Tossici e Radioattivi: ALLARME ITALIA!

rifiuti tossici e radioattivi

Rifiuti tossici e radioattivi: il traffico e lo smaltimento in Italia

Numerose sono le  inchieste riguardanti il traffico e lo smaltimento di rifiuti tossici e radioattivi su tutto il territorio nazionale, ma quelle che destano preoccupazione sono quelle portate avanti dalle Procure calabresi e della Basilicata. Sono indagini che partono da lontano, dal 1992, e che vedono intrecciarsi nei più svariati ruoli lo stato, i pentiti e le cosche mafiose calabresi. In questa storia compaiono come tasselli indagini sulla morte di Ilaria Alpi, atti secretati dei servizi segreti, rivelazioni di pentiti che hanno collaborato nel corso di decenni, e indagini da parte delle procure di Lagonegro, di Paola, e altre città.

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La storia dei rifiuti tossici e radioattivi parte da lontano

Era il 1992 quando presero il via le indagini della Procura di Reggio Calabria sulle cosiddette “navi dei veleni” e sull’occultamento, da parte delle famiglie mafiose della Locride, di fusti sospetti provenienti dalle più svariate parti dell’Europa. In quell’epoca il pentito Giuseppe Morabito dichiarò che erano state interrati negli scavi del metanodotto, in località Africo, diversi fusti di rifiuti tossici e radioattivi, attraverso i fratelli  Cordi, che ne gestivano lo smaltimento illegale. I rifiuti tossici e radioattivi contenuti in tali fusti erano stati smaltiti in maniera illegale anche in diverse località dell’Aspromonte e del Vibonese. Sempre lo stesso pentito dichiarò che le famiglie mafiose locali avevano autorizzato tali smaltimenti in cambio di carichi di armi.

rifiuti tossici e radioattiviNel 1994, diverse note dei servizi segreti parlavano di fusti di rifiuti tossici e radioattivi provenienti dall’est europeo e dal nord dell’Italia e del loro smaltimento in diverse discariche abusive da parte di tre famiglie “storiche” della ‘Ndrangheta; la storia sarà poi confermata nel 2004 dalla versione raccontata dai pentiti catturati Morabito e Fonti.

Nel 1995 la storia dei rifiuti tossici e radioattivi si intreccia con quella delle cosiddette “navi dei veleni” perché, oltre a smaltire illegalmente questi rifiuti in diverse discariche abusive, la mafia calabrese ne fece affondare tre con tutto il pericoloso carico. Tre navi furono  fatte affondare per ordine della ‘ndrangheta, nel mare tra Calabria e Basilicata: la Cunski, fatta inabissare nelle acqua di Cetraro, la Voriais Sporadais, nelle acque di Gencano, e la Yvonne A, nelle acque di Maratea. E secondo quanto riportato, trasportavano ciascuna più di 100 fusti da 220lt ciascuno  di rifiuti tossici e radioattivi. Il racconto venne dal “pentito radioattivo” Franco Fonti, e fu così che la procura di Paola dispose che una nave oceanografica compisse rilievi anche sui fondali di Maratea, che diedero esito negativo. Le ricerche durate diverse settimane evidenziarono dati nella norma e senza che fosse individuato alcun relitto o fusti giacenti nei fondali. Ma il ritrovamento del relitto di Cetrano della Cunsky ha sempre gettato ombre inquietanti su questa vicenda, anche se i livelli di radioattività rilevati sono sempre stati dichiarati nella norma.

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Rifiuti tossici e radioattivi non solo in mare

Nel racconto di Franco Fonti si inserisce a questo punto un altro dato inquietante: oltre ai fusti pieni di rifiuti tossici e radioattivi fatti inabissare nel mar Tirreno con le navi sopra citate, ne spuntano altri, per essere precisi nell’area di Pisticci, più a sud di quella di Coste della Cretagna, ma in una zona che ha un nome simile, nella zona dei Calanchi di Tursi e in una «galleria», al di sotto del Pollino.

La Basilicata dunque risulterebbe pesantemente coinvolta nello smaltimento illegale di rifiuti tossici e radioattivi, in ben tre siti, considerando che si sono impegnati nelle ricerche di tali materiali addirittura INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia) e ASI (Agenzia Spaziale Italiana) con i suoi satelliti. Il problema che salta immediatamente agli occhi è che con la tecnologia utilizzata dall’Ingv si possono esplorare fino a 8/10 metri nel sottosuolo ma lì si ipotizzano profondità maggiori.

Nei siti individuati, qualcosa è sicuramente successo, ma potrebbe trattarsi di un sondaggio geologico non registrato, di un interramento di rifiuti «normali» e non rifiuti tossici e radioattivi, o anche di una presenza archeologica. E tra i tre siti, se quello nei pressi di Pisticci solletica più l’attenzione, quello sul Pollino sarebbe il più problematico. Se, infatti, da un lato la grande profondità attenuerebbe i danni, dall’altro renderebbe anche più difficile eventuali attività di accertamento e bonifica.

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