È in lavorazione la prima serie in lingua spagnola tratta da un’opera di Philip K. Dick. Si intitola The Future Is Ours, nota anche con il titolo originale El futuro es nuestro: è una miniserie di otto episodi destinata a Netflix, ambientata in un Sud America del 2047 piegato dal collasso ecologico. Alla guida creativa c’è Mateo Gil, mentre l’arrivo sulla piattaforma è atteso nel 2027.

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La storia di Jonás Flores, il predicatore che vede il futuro

Nel 2047 il continente è profondamente trasformato dalla crisi ambientale: fame, violenza e instabilità politica hanno spinto diversi Paesi a unirsi in FedSur, una coalizione che ha adottato misure rigidissime per difendere le risorse naturali e garantire la sopravvivenza della popolazione. La capitale della federazione è Asunción, in Paraguay, e proprio i grandi movimenti migratori spiegano perché i protagonisti provengano da aree diverse del continente. L’emergenza collettiva è diventata così il fondamento di un nuovo assetto politico, in cui la sicurezza e la tutela dell’ambiente sembrano giustificare una limitazione progressiva delle libertà individuali. Non c’è un’intelligenza artificiale onnipotente né una tecnologia capace di controllare ogni aspetto dell’esistenza: a governare è un sistema di istituzioni che sfrutta lo stato di necessità per ridefinire il rapporto tra cittadini e autorità.

In questo scenario compare Jonás Flores, un giovane predicatore che su internet conquista attenzione grazie a una capacità apparentemente impossibile, prevedere gli eventi futuri. La sua voce si diffonde in fretta e offre a una popolazione disorientata qualcosa che le istituzioni non riescono più a garantire, la certezza di un cambiamento. L’agente di polizia Hugo Crussí risale alla sua identità e lo arresta, ma il tentativo di fermarne l’ascesa produce l’effetto opposto: Jonás diventa un punto di riferimento spirituale per l’intero continente e le sue profezie, che annunciano la caduta di FedSur e la vittoria sulla crisi climatica, alimentano un movimento rivoluzionario sempre più potente.

Il conflitto ruota attorno a un paradosso: se Jonás conosce davvero il futuro, ogni mossa studiata per bloccarlo potrebbe essere già compresa nelle sue previsioni. La caccia di Crussí diventa così un confronto con un avversario che sembra anticipare tutte le iniziative dei nemici, fino al punto in cui il poliziotto, ormai braccato in quanto membro della resistenza, arriva a progettare l’assassinio del predicatore pur sapendo che anche quell’evento potrebbe essere stato previsto. La tensione non nasce soltanto dall’esito dello scontro, ma dalla possibilità stessa che i personaggi riescano a modificare qualcosa che appare già scritto.

Un cast internazionale e una produzione già avviata

Le riprese principali sono in corso. La serie nasce da una collaborazione tra K&S Films, la società dietro L’Eternauta, e Electric Shepherd Productions, la casa di produzione legata al patrimonio letterario di Dick. A firmare la sceneggiatura, insieme a Gil, sono Camila Brugés Gómez, Laura Santullo e Kyzza Terrazas, mentre la regia degli episodi è affidata a Vicente Amorim, Daniel Rezende e Jesús Braceras. Tra i produttori esecutivi figurano Isa Dick Hackett, figlia dello scrittore, Sarah Scougal, Matías Mosteirín, Diego Copello, Emiliano Torres, Micky Buye e Analía Castro.

Davanti alla macchina da presa c’è un gruppo di interpreti proveniente da tutto il continente: Enzo Vogrincic dall’Uruguay, Emiliano Zurita dal Messico, Delfina Chaves e Marco Antonio Caponi dall’Argentina, Marleyda Soto dalla Colombia. Al cast si aggiungono Alfredo Castro, Fernán Mirás e Antonia Zegers, una scelta coerente con l’obiettivo dichiarato da Gil di realizzare una serie davvero latinoamericana, non circoscritta a una sola area geografica o a una singola nazionalità. Il regista e sceneggiatore, che tra i suoi crediti ha la scrittura di Mare dentro, ha anche chiarito un punto rimasto aperto: le trame del romanzo legate agli extraterrestri sono state tagliate, e a muovere il conflitto è la catastrofe ambientale.

Per Francisco Ramos, vicepresidente dei contenuti di Netflix per l’America Latina, si tratta di una delle produzioni più ambiziose e complesse mai affrontate dalla piattaforma nella regione, sullo stesso livello di Cent’anni di solitudine e L’Eternauta.

Libero arbitrio, autoritarismo e l’eredità di Dick

L’idea di qualcuno capace di leggere in anticipo il futuro attraversa buona parte dell’opera di Philip K. Dick, ma diventa particolarmente inquietante quando si intreccia con la politica. In The Future Is Ours il dono di Jonás non è soltanto un’abilità fuori dal comune: diventa uno strumento per orientare il comportamento collettivo. Una profezia, del resto, non descrive soltanto ciò che accadrà, perché può cambiare le decisioni di chi la ascolta e spingere quelle persone ad agire in modo da favorirne involontariamente la realizzazione. Se qualcuno annuncia il crollo di un governo e milioni di persone iniziano a credergli, quella previsione può trasformarsi nella spinta politica che provoca il cambiamento annunciato.

Sta qui il nodo profondamente dickiano della storia: sapere cosa verrà non significa automaticamente controllarlo, così come prevedere una scelta non vuol dire comprenderne il valore morale. Se ogni decisione è destinata ad accadere, quanto sono davvero liberi i protagonisti di comportarsi diversamente? La fantascienza diventa qui lo strumento per mettere alla prova un problema filosofico dentro una situazione concreta, in cui ogni personaggio si misura con i limiti delle proprie conoscenze.

Il contesto politico aggiunge una contraddizione ulteriore. FedSur nasce con l’obiettivo dichiarato di proteggere la popolazione dal collasso ecologico e finisce per esercitare un controllo sempre più invasivo, mentre Jonás promette liberazione e cambiamento ma il movimento costruito attorno a lui rischia di generare una nuova forma di autoritarismo. Lo scontro non è quindi semplicemente tra un governo oppressivo e un rivoluzionario liberatore, ma tra due sistemi che possono chiedere agli individui di rinunciare alla propria autonomia in nome di un bene superiore. Da una parte la sopravvivenza collettiva, dall’altra la promessa di un domani migliore: entrambe si trasformano in strumenti di dominio nel momento in cui diventano verità indiscutibili.

Ambientare la vicenda in un futuro segnato dalla crisi climatica rende questi interrogativi attuali. Dick scriveva negli anni della paura nucleare, della Guerra fredda e delle tensioni ideologiche del Novecento: Il mondo che Jones creò, pubblicato nel 1956, appartiene alla prima fase della sua produzione. Il protagonista originale, Floyd Jones, vede con un anno di anticipo ciò che accadrà, una condizione che lo rende eccezionale ma che non gli permette di cambiare il corso degli eventi. L’adattamento sposta la vicenda in America Latina, sostituisce il contesto postnucleare con l’emergenza ecologica e reinterpreta quel personaggio attraverso Jonás Flores.

Operazioni del genere non sono una novità per chi lavora sulle pagine di Dick. Blade Runner, diretto da Ridley Scott nel 1982, modificava in profondità struttura e diversi elementi di Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, conservando però le domande essenziali sull’identità e sulla natura umana. Anche Minority Report di Steven Spielberg trasformava il racconto originale in un thriller futuristico più articolato, con al centro il problema della responsabilità individuale in un sistema capace di prevedere i crimini prima che vengano commessi. In entrambi i casi la fedeltà più importante non riguardava la riproduzione letterale della trama, ma la capacità di sviluppare sullo schermo le contraddizioni morali immaginate dall’autore.

L’immagine è realizzata con l’ausilio di strumenti AI