Undici anni dopo l’assoluzione definitiva, Raffaele Sollecito torna in televisione e sceglie lo sgabello di Belve Crime, il programma ideato e condotto da Francesca Fagnani, in onda questa sera martedì 19 maggio in prima serata su Rai2. Non lo fa per riabilitarsi la Corte di Cassazione lo ha già dichiarato innocente ma per raccontare cosa significa essere stati al centro di uno dei casi giudiziari più mediatizzati della storia italiana senza riuscire mai a uscirne davvero fuori.

La puntata, originariamente prevista per lunedì 11 maggio, era stata spostata per lasciare spazio all’Eurovision Song Contest. Fagnani aveva già rassicurato il pubblico sui social con un semplice: “Ci vediamo martedì 19 maggio.” Dopo il debutto del 5 maggio chiuso con il 7,4% di share e oltre un milione di spettatori l’attesa per questo secondo appuntamento era quindi già alta, e la scelta di Sollecito come ospite di punta la rende ancora più significativa.

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Il delitto di Perugia, le accuse, le minacce in questura

La mattina del 2 novembre 2007 il corpo della studentessa inglese Meredith Kercher fu trovato senza vita in un appartamento di Perugia, straziato dalle coltellate. Sotto la lente degli investigatori finirono quasi subito la coinquilina americana Amanda Knox e il suo ragazzo, il giovane ingegnere pugliese Raffaele Sollecito, rispettivamente 23 e 20 anni all’epoca dei fatti. Dopo quattro anni di carcerazione preventiva e una battaglia giudiziaria durata otto anni, entrambi furono assolti nel 2015, mentre l’ivoriano Rudy Guede venne riconosciuto come unico responsabile accertato dell’omicidio.

Raffaele Sollecito, Francesca Fagnani - Stefania Casellato

Eppure, come racconta Sollecito nell’intervista, quell’assoluzione non ha chiuso davvero i conti con l’opinione pubblica. “Moltissime persone credono che io abbia pagato troppo poco”, dice seduto sullo sgabello. Quando Fagnani lo incalza chiedendo se il rapporto sia “50 e 50”, la risposta è tutt’altro che attesa: “Il 70 per cento crede che io sia colpevole.” Una stima soggettiva, certamente non un sondaggio demoscopico ma che misura con precisione il sospetto sociale percepito da chi oggi vive tra Berlino e la Puglia lavorando come ingegnere informatico. Un sospetto con ricadute concrete: “Ci sono state aziende che mi hanno stracciato il contratto dopo avermelo fatto firmare, appena hanno scoperto la vicenda che mi riguardava.”

Al centro dell’intervista c’è anche il racconto di quella notte in questura, il nucleo più delicato e doloroso dell’intera vicenda. Sollecito era lì come persona informata sui fatti, non ancora indagato, e senza avvocato. Quando Fagnani gli ricorda che in un verbale di quegli interrogatori compare la frase in cui avrebbe detto di aver riferito “un sacco di cazzate” perché convinto da Amanda Knox, la sua reazione è netta: “Quella frase non la dico io.” Secondo il suo racconto, fu suggerita direttamente dai poliziotti presenti “ti conviene firmare questa frase perché ti può aiutare” dopo una notte di pressioni senza assistenza legale.

Invitato a circostanziare l’accusa di minacce, Sollecito non si sottrae: “Sono stato in questura tutta la notte. Ero lì per dare chiarimenti, senza essere indagato. Ma quando sono arrivato mi hanno messo la luce in faccia e, oltre a intimidirmi, uno dei poliziotti mi ha detto: se ti alzi da questa sedia ti riempio di botte e ti lascio in un lago di sangue.” Gli dissero che stava proteggendo quella “vacca”, e che sarebbe rimasto in carcere per tutta la vita. Vale la pena ricordare che nel 2019, nel procedimento europeo riguardante Knox, la Corte europea dei diritti dell’uomo si pronunciò su violazioni legate all’assistenza legale e linguistica durante quelle stesse ore un precedente che, pur riguardando Knox, aiuta a capire perché quegli interrogatori continuino a essere il punto più controverso dell’intera vicenda.

Fagnani torna anche sulla celebre foto del bacio tra i due fidanzati, scattata nelle immediate vicinanze del rinvenimento del corpo di Meredith e aspramente criticata all’epoca. “È stata una manipolazione”, risponde Sollecito, spiegando di aver voluto semplicemente tranquillizzare Amanda. Sul successivo naufragio della relazione, le parole sono cariche di una sofferenza ancora visibile: “Dopo un po’ di tempo le scrissi una lettera in carcere e lì trovai il muro. Ci ho sofferto.”

Tra i momenti più intensi dell’intervista c’è il racconto della detenzione in isolamento, durante la quale Sollecito ha cominciato a mostrare segni di instabilità psichica una condizione di deprivazione sensoriale tale da fargli perdere la percezione del proprio corpo. “Ho avuto paura di impazzire”, ammette senza esitazione.