È una delle interviste più attese degli ultimi mesi e Barbara d’Urso non si è risparmiata: lunga, diretta e con qualche rivelazione sorprendente, la conversazione rilasciata oggi a Maria Corbi per La Stampa ha toccato tutti i nodi irrisolti della sua uscita da Mediaset, tra tribunali, silenzi strategici e porte chiuse in Rai.
Uno degli aspetti più curiosi riguarda proprio la televisione pubblica. La conduttrice ha raccontato di aver sfiorato per ben tre volte il ritorno in prime time su Rai1, senza però riuscirci. «Per più di una volta ed esattamente tre, stavo per condurre una trasmissione in prime time in Rai» ha dichiarato, descrivendo nel dettaglio riunioni con i vertici dell’azienda e con il responsabile dell’intrattenimento di una importante casa di produzione, incontri avvenuti anche durante Ballando con le Stelle, quindi fino a pochi mesi fa. Su due di questi progetti, editorialmente in linea con Rai1, racconta di aver lavorato a lungo, salvo poi vederli sparire nel nulla senza alcuna spiegazione ufficiale. «Leggo sui giornali di varie ipotesi ma nessuno mi ha mai detto nulla ufficialmente. Chi legge può trarre le sue conclusioni» ha aggiunto, lasciando intendere di essere consapevole dei possibili retroscena. Secondo alcune testate, dietro questi progetti naufragati ci sarebbe lo zampino della famiglia Berlusconi, che insieme a Meloni e Salvini gestisce oggi le nomine Rai.
È anche per questo che ha aspettato tre anni prima di agire legalmente contro Mediaset: sperava che qualcosa cambiasse, che si aprisse una porta altrove. Quando ha capito che non sarebbe successo, ha scelto la via del tribunale, con tutto il materiale necessario già pronto. Con il suo legale, l’avvocato Federico Lucarelli, ha lavorato per mesi raccogliendo «documenti, chat, audio e molto altro, che ricostruiscono con precisione quanto accaduto». Alla domanda sul silenzio mantenuto finora, la risposta è stata netta: «Sarà in tribunale, davanti ai giudici, che è la sede opportuna per spiegare tutto».
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Al centro della causa non ci sono solo i diritti d’autore non pagati, ma anche le presunte ingerenze nella scelta degli ospiti delle sue trasmissioni. Negli atti depositati in tribunale, d’Urso tira in ballo Maria De Filippi e Silvia Toffanin, sostenendo che nelle sue trasmissioni «era fatto divieto di poter parlare di personaggi provenienti dal mondo De Filippi», versione però smentita dalla società Fascino e da fonti vicine a Verissimo.
La rottura definitiva con Mediaset risale a fine giugno 2023, quando l’azienda pubblicò un comunicato, non concordato con lei, in cui si annunciava che non avrebbe più condotto Pomeriggio 5. «Un fulmine a ciel sereno», l’ha definito, aggiungendo di non saperne «assolutamente nulla». Da quel momento, racconta, è sceso il silenzio totale: nessuna spiegazione, nessun messaggio. Le sarebbe stato riferito addirittura dell’esistenza di «un divieto assoluto di avere contatti con me: un trattamento che solitamente si riserva ai traditori, ai vili traditori», di cui afferma di avere le prove. Anche il tentativo di mediazione è fallito miseramente: «Mi è stata fatta un’offerta talmente umiliante, che mi vergogno anche a raccontarla». Mediaset, dal canto suo, ha definito «irragionevoli» le argomentazioni della conduttrice, sostenendo che nel 2023 le fosse stata proposta la prosecuzione di Pomeriggio 5 e che il rinnovo non si fosse concretizzato per via della richiesta da parte sua di due prime serate, ritenute incompatibili con le esigenze di palinsesto.
Guadagni, Covid e anni di lavoro: la versione di d’Urso
L’intervista ha toccato anche il tema dei guadagni, dopo le voci circolate su una cifra di 35 milioni di euro in 16 anni. D’Urso non ha confermato né smentito il dato preciso, ma ha messo le cose in prospettiva: «Qualunque sia la cifra da me guadagnata in 16 anni di lavoro in esclusiva, facendo anche quattro trasmissioni contemporaneamente tra day-time, domenica e prime-time, Mediaset e Publitalia, dal mio lavoro hanno guadagnato enormemente di più, com’è giusto che sia».
Ha poi ricordato come il suo percorso con Mediaset non sia stato privo di costi personali fin dall’inizio: al momento del passaggio all’azienda, fu lei stessa a dover pagare i danni alla Titanus, che produceva la fiction Orgoglio, poiché avendo firmato un contratto in esclusiva non poté partecipare alla seconda stagione.
E poi c’è il capitolo Covid, che le è evidentemente rimasto nel cuore. «Quando durante il Covid altri stavano chiusi nelle ville di Portofino o nelle più modeste case di Laurenzana e Sant’Eufemia d’Aspromonte, io ero a Cologno Monzese insieme a un piccolo gruppo di altri coraggiosi per condurre ogni giorno, in diretta, Pomeriggio 5 e la domenica sera Live Non è la d’Urso». Un dettaglio che usa per ribadire quanto avesse investito nel suo lavoro, ben oltre il semplice compenso economico.
A difenderla pubblicamente, in questo momento, è arrivata anche Milly Carlucci, che ha dichiarato: «Spiace vedere un talento buttato via non per sua colpa». Quanto a Pomeriggio 5, d’Urso sottolinea che il programma è proseguito «pressoché identico per altre due stagioni, con lo stesso nome» e con il solo cambio alla conduzione, «senza un vero cambio di linea editoriale e con il crollo della curva degli ascolti», a riprova, secondo lei, che non si è trattato della naturale conclusione di un ciclo.

