Questa sera su Rai 2 va in onda una nuova puntata di Belve Crime, il programma condotto da Francesca Fagnani, e tra i protagonisti c’è una storia che lascia senza fiato: quella di Teresa Potenza, la prima donna ad aver rotto il muro di omertà della mafia foggiana, nota anche come la “Quarta Mafia”, diventando testimone di giustizia in uno dei processi più importanti nella lotta alla criminalità organizzata della Capitanata.
Per ragioni di sicurezza, la Potenza si è presentata in trasmissione con il volto coperto, i capelli nascosti sotto un cappello e la voce camuffata: un dettaglio che dice già tutto sul peso che ancora oggi porta con sé la sua scelta di collaborare con lo Stato. Al centro del suo racconto c’è la relazione con il boss di Cerignola Giuseppe Mastrangelo, soprannominato “u cecato”, condannato a tre ergastoli per quattro omicidi e ad altri 30 anni per associazione mafiosa, droga ed estorsione, anche grazie alle sue dichiarazioni.
Il racconto che affida alla Fagnani è drammatico e agghiacciante, fatto di violenze, torture e umiliazioni subite negli anni di quella relazione. Una delle scene che descrive è di una brutalità difficile da immaginare:
“Una sera mi portò in aperta campagna, mi mise la pistola in bocca, poi in testa, mi prese per i capelli, mi urinò in faccia e mi disse: ‘Tu che vuoi scappare da me meriti questo. Ora scegli: vuoi essere violentata dai miei amici o ti faccio uno sfregio sul viso?'”.
La Potenza ricorda anche le confessioni del boss su uno dei delitti più simbolici della guerra di mafia a Cerignola: il triplice omicidio di tre giovani innocenti, poco più che ventenni, uccisi e fatti sparire soltanto perché erano stati visti in un bar con esponenti di un clan rivale. Mastrangelo le raccontava quei momenti con esaltazione:
“Loro piangevano, gridavano come conigli. Uno ha visto morire l’altro”.
Un uomo che si era convinto di essere onnipotente, fatto di cocaina, e che non nascondeva il suo delirio di onnipotenza:
“Io sono Dio, io decido chi vive e chi muore qui. Tu non sai cosa ho insegnato io ai ragazzi sotto di me. Io ho insegnato come si ammazzano le persone, io ho insegnato come si seppelliscono le persone”.
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L’operazione Cartagine e la battaglia ancora aperta
Il momento della svolta arriva quando la Potenza, sequestrata per settimane dal boss e in attesa di un figlio da lui, decide di fuggire e di collaborare con i magistrati. La motivazione che porta con sé è semplice e fortissima al tempo stesso: “L’ho fatto per dare la possibilità a mio figlio di crescere libero”. La sua testimonianza è stata determinante per l’Operazione Cartagine, la maxi inchiesta coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Bari che negli anni ’90 portò all’arresto di decine di persone, tra boss e capi-bastone della mala ofantina, infliggendo il primo durissimo colpo alla mafia di Cerignola.
Teresa Potenza si definisce “una vittima mancata di lupara bianca”, ma la sua storia non finisce con quei processi. Ancora oggi combatte nelle aule dei tribunali per vedersi riconosciuto lo status di “vittima innocente di mafia in vita”, che le garantirebbe i benefici previsti dalla Legge 302/1990. Il suo caso è attualmente pendente in Cassazione e la sua battaglia ha un obiettivo più ampio: tutelare tutti i testimoni di giustizia dimenticati dallo Stato, ad oggi poco più di una ventina, a fronte di centinaia di collaboratori di giustizia che godono di sconti di pena e altri benefici.
La scelta coraggiosa di rompere il silenzio l’ha costretta a vivere sotto protezione, in un isolamento che lei stessa ha denunciato più volte come una forma di abbandono da parte delle istituzioni che avrebbe dovuto difenderla. Il suo contributo ha segnato l’inizio del declino della mafia di Cerignola, ma il prezzo personale che ha pagato rimane altissimo.

