Guareschi torna in televisione, ma questa volta non con Don Camillo e Peppone. Domenica 20 settembre 2026, in prima serata su Rai 1 a partire dalle 21.30, va in onda il film tv “Giovannino Guareschi. Non muoio neanche se mi ammazzano”, che racconta la storia dello scrittore emiliano nel periodo che va dal ritorno dalla prigionia in Germania fino alla detenzione nel carcere di Parma.
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Dai baffoni alla parlata: Zeno racconta Guareschi
A vestire i panni dello scrittore è Giuseppe Zeno, che con i suoi baffi somiglia molto al “papà” di Don Camillo e Peppone. Come racconta lui stesso, però, la somiglianza non è stata il punto di partenza del lavoro: il baffo, da solo, non avrebbe fatto un Guareschi.
«In realtà io conoscevo Guareschi solo dalle fotografie e non avevo mai notato che ci fosse una somiglianza. Certo, i baffoni erano un suo tratto distintivo soprattutto dopo il suo ritorno dalla guerra, quindi abbiamo lavorato su quelli. Ma da soli non avrebbero fatto un Guareschi: abbiamo prestato attenzione anche alla postura, al modo di muoversi. Poi ho iniziato subito a cercare di dargli una “lingua”, una parlata. Non è un esercizio di stile, non è che volevo dimostrare di essere bravo a fare i dialetti. È che il suono di una lingua è fondamentale per collocare un personaggio “vero” nel suo ambiente, tanto che sul set mi ha aiutato con l’accento Leonardo Bianconi, un attore emiliano»
Sul rapporto con i due personaggi più celebri nati dalla penna di Guareschi, l’attore sceglie di non schierarsi, perché lo stesso autore si considerava entrambi.
«Guareschi ha detto più volte che erano parte di lui e che quindi lui era tutti e due, dunque non posso averne uno preferito: mi sono “riempito” di entrambi. Sono due facce della stessa medaglia ed è importante che s’incontrino e convergano per fare emergere il bene comune: i racconti del “Mondo piccolo” sono una grande saga di riconciliazione. Comunque, quando ho cominciato a guardare e riguardare i film con Fernandel e Gino Cervi, dopo un po’ le mie due figlie si sono messe a vederli con me e li hanno graditi. Visto che mi ero già fatto crescere i baffi e che mi chiamo Giuseppe, Peppe, ben presto per Beatrice, la più piccola, sono diventato “Peppone”»
C’è poi il capitolo della famiglia, che per Guareschi era il cuore di tutto. Zeno si dice colpito dalla cura con cui il figlio dello scrittore, Alberto, custodisce l’archivio paterno a Roncole Verdi, nel Parmense, dove si trovano gli scritti e gli oggetti di una vita intera.
«Mi colpisce il fatto che fosse tutto così tenero, autentico. E che in fondo questo sentimento sia ancora “caldo”. Io alla fine faccio già parte di una generazione che è abituata a consumare ogni cosa nell’istante in cui avviene e quindi mi ha impressionato vedere con quanta delicatezza e grazia il figlio di Guareschi, Alberto, custodisca l’archivio di suo padre. C’è tutto, dai suoi scritti agli oggetti di una vita. E Alberto, prima di sfogliare le carte o toccare qualunque cosa, indossa sempre un paio di guanti bianchi: in questo gesto vedi la grande nostalgia e la voglia profonda di preservare quel che ha fatto questo padre che è venuto a mancare troppo presto, a soli 60 anni»
Alberto Guareschi ha definito Zeno “azzeccatissimo” nel ruolo del padre, un riconoscimento che pesa per chi ha dovuto restituire sullo schermo un uomo così complesso e amato.
Chi era Giovannino: un simbolo del Novecento italiano
Il suo nome era proprio Giovannino, un diminutivo che però non ha mai avuto nulla di piccolo, eccezion fatta per quel fantastico “Mondo piccolo” di Don Camillo e Peppone che cominciò a descrivere nel 1946 e che, racconto dopo racconto e film dopo film, gli portò fama mondiale. Nato nel 1908 a Fontanelle di Roccabianca, nella bassa parmense, e morto per un infarto nel 1968 a Cervia, Guareschi è stato un artista della scena culturale e sociale italiana del Novecento, capace di intrecciare maestria nella scrittura, estro da vignettista e grinta giornalistica. La sua visione politica era minoritaria ma ferma: cattolico, conservatore, monarchico, antifascista e anticomunista, un anticonformista nell’Italia del Secondo dopoguerra.
Dopo gli studi a Parma e le prime esperienze giornalistiche, nel 1936 si trasferì a Milano, esperienza raccontata nel suo primo libro La scoperta di Milano del 1941. Lì trovò l’ambiente per la sua avventura intellettuale, difficile da riassumere in poche righe. Se basta dire “Don Camillo” per identificarlo ovunque, Guareschi fu uno scrittore torrenziale dallo stile ancora oggi fresco, abile nell’unire la tenerezza degli scritti ispirati alla vita familiare all’umorismo e alla satira più pungente, quella che fece grandi le riviste “Bertoldo” (1936-1943) e “Candido”, co-fondata con Giovanni Mosca nel 1945, diretta fino al 1957 e capace di portargli tanto gli onori più alti quanto le amarezze più profonde.
Proprio “Candido” incarnava il Guareschi più battagliero e creativo, come testimoniano le vignette con cui metteva in ridicolo i militanti comunisti, ribattezzati “trinariciuti”. I guai peggiori, però, gli capitò di trovarli quando applicò la sua coerenza di uomo e di giornalista a due esponenti della sua stessa parte politica. In quanto direttore responsabile di “Candido”, nel 1950 venne condannato a otto mesi di carcere, con pena sospesa, per vilipendio a causa di una vignetta non sua, ma disegnata da Carletto Manzoni, sul Presidente della Repubblica Luigi Einaudi. Aveva già lasciato Milano per tornare a vivere nelle sue terre, a Roncole Verdi, quando nel 1954 arrivò la seconda condanna: diffamazione ai danni del leader democristiano Alcide De Gasperi, “offeso” dalla pubblicazione di due lettere, dichiarate false, in cui avrebbe esortato gli angloamericani a bombardare Roma. Il processo fu rapido e tempestoso e non sciolse la questione della falsità dei documenti, confermata anni dopo, ma bastò per condannarlo a una ventina di mesi di carcere, sommando anche la prima condanna.
Come durante la guerra aveva scelto la via del lager pur di non collaborare con i nazifascisti e di combattere contro altri italiani, così decise di non ricorrere in appello e di farsi rinchiudere nel carcere di Parma, dove rimase 409 giorni. La galera segnò una svolta. Guareschi si ritrovò con una salute sempre più incerta e rallentò gli impegni di lavoro, al suo fianco la moglie Ennia Pallini, sposata nel 1940, e i figli Alberto e Carlotta, che nel 1993 curarono la biografia Chi sogna nuovi gerani?, il cui titolo è l’anagramma di Giovannino Guareschi e che è stata l’ispirazione per il film di Rai 1. Tra le sue ultime imprese va ricordata La rabbia, film del 1963 in due parti, una diretta da Pier Paolo Pasolini e una da lui, stroncato e rapidamente ritirato. La sua morte, il 22 luglio 1968, passò quasi sotto silenzio.
Cast, regia e luoghi del film
Il film tv è diretto da Andrea Porporati ed è prodotto da Anele in collaborazione con Rai Fiction, con il sostegno della Regione Emilia-Romagna attraverso la Emilia-Romagna Film Commission. Marco Ferrazzoli, co-sceneggiatore, è anche autore del libro Ho imparato a dire no (ma c’è voluta una guerra), dedicato a Guareschi e pubblicato da Rai Libri. Il titolo riprende una frase del diario che lo scrittore tenne quando era internato militare in Polonia e Germania tra il 1943 e il 1945, avendo rifiutato di combattere con i nazifascisti.
Accanto a Giuseppe Zeno ci sono Benedetta Cimatti nel ruolo dell’amata moglie Ennia, Andrea Roncato nei panni del padre Primo Augusto Guareschi, Maurizio Donadoni in quelli di Angelo Rizzoli e Salvatore Striano a interpretare il produttore cinematografico Peppino Amato. Il film porta al grande pubblico anche il lato più intimo dello scrittore, l’amore per la madre Lina, interpretata da Rita Bosello, per la moglie e per i figli Alberto e Carlotta. Questa attenzione al privato si unisce alla dimensione pubblica e si appoggia a una scelta precisa del regista: raccontare un Guareschi “universale”, valorizzando la sua fiducia nell’essere umano invece di insistere soltanto sulla dimensione religiosa.
Le riprese si sono svolte interamente in Emilia-Romagna, nei luoghi originali della Bassa Padana, passando per Bagnolo in Piano, Brescello, Castelfranco Emilia, Colorno, Coltaro, Guastalla, Luzzara, Mezzano Rondani, Novellara, Polesine Zibello, Poviglio, Reggio Emilia, Sissa Trecasali e Sorbolo Mezzani. È proprio quella terra, la Bassa Padana, che Guareschi trasformò nel fortunato Mondo Piccolo, un microcosmo rassicurante nel quale si sono rispecchiati gli italiani divisi da contrapposizioni politiche e ideologiche, e il cui successo editoriale condusse lo scrittore alla trasposizione cinematografica di Don Camillo e Peppone.
Per chi volesse seguirlo da casa, l’appuntamento è fissato per domenica 20 settembre 2026 dalle 21.30 su Rai 1, con la possibilità di guardarlo anche su RaiPlay, sia in live streaming sia on demand.
L’immagine è realizzata con l’ausilio di strumenti AI
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