Dopo la conclusione di Stranger Things, i Duffer Brothers non si sono affatto fermati. La loro nuova produzione, The Boroughs, ha debuttato su Netflix il 21 maggio conquistando immediatamente la vetta delle classifiche di visione, sia negli Stati Uniti che a livello mondiale.

La serie, composta da otto episodi, è creata da Jeffrey Adiss e Will Matthews, con Matt e Ross Duffer nel ruolo di produttori esecutivi. Nell’arco del solo 2025, i fratelli avevano già affiancato altri autori su due progetti distinti: prima il Something Very Bad Is Going to Happen, serie horror firmata da Haley Z. Boston e uscita a marzo, poi l’animated spin-off Stranger Things: Tales from ’85, creato da Eric Robles e Jennifer Muro e arrivato ad aprile. The Boroughs è il terzo tassello di questo trittico, e al tempo stesso il più ambizioso.

La premessa è tanto semplice quanto efficace: Sam Cooper (interpretato da Alfred Molina), un ex ingegnere aeronautico in pensione, si trasferisce a The Boroughs, una comunità residenziale per anziani che sembra uscita dagli anni ’50 talmente perfetta da risultare immediatamente inquietante. Sua moglie Lily aveva scelto insieme a lui di fare questo passo, ma è morta prematuramente per un ictus, e Cooper si ritrova vincolato contrattualmente a restare in quel luogo che ora sente estraneo. È proprio lui a scoprire che sotto la tranquilla superficie desertica si nasconde qualcosa di molto più oscuro.

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Un cast d’eccezione e uno sguardo inedito sulla vecchiaia

Uno degli aspetti che distingue maggiormente The Boroughs dalla produzione Duffer precedente è la scelta deliberata di mettere al centro personaggi anziani, non adolescenti. Il risultato è una serie che parla di mostri, ma soprattutto del tempo che passa e di ciò che resta quando si diventa socialmente invisibili un territorio narrativo raramente esplorato con questo livello di cura.

Il cast è di alto profilo: accanto a Molina troviamo Bill Pullman nel ruolo di chi accoglie tutti con le braccia aperte, Geena Davis come Renee, un’ex manager musicale che non ha alcuna intenzione di farsi abbattere, e Alfre Woodard nei panni di Judy, ex giornalista con i sensi ancora ben affilati. Clarke Peters è Art, uno spirito libero con un’inclinazione spirituale, mentre Denis O’Hare interpreta Wally, un ex medico a cui la vita sta riservando qualche brutto scherzo. Completano il cast Jena Malone, Carlos Miranda, Seth Numrich, Alice Kremelberg, Rafael Casal ed Ed Begley Jr., quest’ultimo nel ruolo di un paziente con demenza ospite della struttura di cura a lungo termine della comunità.

La regia è affidata a più mani: Augustine Frizzell nota soprattutto per aver diretto il pilot di Euphoria su HBO ha curato quattro episodi, Kyle Patrick Alvarez (già autore del thriller psicologico The Stanford Prison Experiment) ne ha diretti due, e Ben Taylor ha contribuito con ulteriori episodi. La serie è stata girata interamente ad Albuquerque, nel New Mexico, dove è anche ambientata, con la scenografia affidata a Ruth Ammon, già production designer di Station Eleven e Pachinko. La colonna sonora attinge a un catalogo ricco e variegato: da Bruce Springsteen a Santana, passando per Bill Withers, Siouxsie and the Banshees e Bob Seger, tra gli altri.

Critica entusiasta e confronto con Stranger Things

Le recensioni sono state ampiamente positive: su Rotten Tomatoes la serie ha raccolto un 92% dalla critica e un 84% dal pubblico tramite il Popcornmeter dati che superano sia il punteggio della critica (82%) che quello del pubblico (52%) registrati dall’ultima stagione di Stranger Things. Variety l’ha descritta come straziante, divertente e “infinitamente affascinante”, capace di esaminare la perdita, il dolore e il trascorrere del tempo con rara sensibilità.

Il paragone con Stranger Things è stato inevitabile, sia in senso positivo che negativo. Greer Riddell di Collider ha scritto che la serie continua la tradizione di “onorare gli elementi delle storie di fantascienza che l’hanno preceduta“, pur sottolineando che merita di essere valutata per ciò che è, non come semplice derivato dell’opera dei Duffer. Il tono della serie fonde il terrore sottile di Stephen King con il calore e la meraviglia tipici di Spielberg una combinazione che richiama la sensibilità di Stranger Things, ma la declina attraverso lo sguardo di protagonisti che hanno già vissuto molto.

Nel frattempo, i Duffer Brothers guardano avanti: nell’agosto 2025 avevano firmato un accordo quadriennale con Paramount per sviluppare film, serie televisive e progetti streaming, aprendo così un nuovo capitolo della loro carriera che li porta anche al cinema.