Era il 2006 quando NBC mandava in onda il primo episodio di Heroes, e milioni di spettatori si ritrovarono incollati allo schermo con una domanda in testa: “Salva la cheerleader, salva il mondo”. Cosa significava? Da quel momento in poi, la serie creata da Tim Kring è diventata qualcosa di più di un semplice successo televisivo, entrando di diritto nella cultura popolare. Dal 1° luglio 2026, Heroes è disponibile su Netflix con tutte e quattro le stagioni, offrendo l’occasione perfetta per riscoprirla o vederla per la prima volta.

Prima dell’esplosione del Marvel Cinematic Universe, prima di The Boys e Arrow, c’era questo show su persone normalissime che si ritrovavano improvvisamente a fare i conti con abilità straordinarie, raccontato con un tono serio e una fotografia quasi cinematografica. Un approccio che, per l’epoca, era semplicemente rivoluzionario. Nel cast spiccano nomi come Milo Ventimiglia, Hayden Panettiere, Zachary Quinto, Jack Coleman e Masi Oka, tutti chiamati a dar vita a personaggi che non somigliano per nulla agli eroi invincibili a cui il genere ci aveva abituato.

La serie raggiunse picchi di oltre 16 milioni di spettatori, una di quelle ultime volte in cui si è assistito a un pubblico così vasto raccogliersi attorno allo stesso schermo nello stesso momento. Non era psicosi collettiva: quelle storie e quei personaggi erano davvero belli, e i numeri lo confermavano.

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Perché la prima stagione è ancora un capolavoro

La cosa più interessante di Heroes è che, pur attingendo a piene mani dal linguaggio del fumetto, non proviene da nessuna storia a fumetti preesistente. Kring costruisce qualcosa di originale, in cui un gruppo di persone comuni scopre di possedere abilità che derivano da una sorta di evoluzione genetica: c’è chi si rigenera, chi si teletrasporta, chi legge il pensiero, chi controlla il tempo e lo spazio. Nessuno di loro lo vive come un superpotere da esibire: al contrario, la condizione viene vissuta con disagio e paura, con il desiderio di tenerla nascosta per non sentirsi emarginati.

Questo è il cuore pulsante della serie, ciò che la rende così diversa da tutto ciò che era venuto prima. Non ci sono tute attillate né discorsi eroici: ci sono persone che vorrebbero solo mantenere inalterata la propria vita quotidiana e che si trovano travolte da qualcosa di molto più grande. La struttura narrativa è corale, con più storie che si sviluppano in parallelo in diverse parti del mondo, legate da un destino comune. Lo spettatore ha la sensazione di star componendo un puzzle, e ogni episodio aggiunge un tassello.

A tenere insieme tutto questo è il ritmo del mistero, costruito attorno alla frase simbolo della serie, che funziona come un gancio costante e irresistibile. C’è poi una firma visiva precisa e riconoscibile: il personaggio di Isaac Mendez, pittore preveggente, crea opere ispirate ai fumetti e alla pittura espressionista che non sono semplici elementi narrativi ma costruiscono un ponte diretto tra il linguaggio del fumetto e quello televisivo. Scelte stilistiche di questo tipo, unite a una fotografia curata, danno alla serie una qualità visiva che ancora oggi regge il confronto.

Heroes è strutturata in volumi, esattamente come una serie di fumetti: il Volume 1 (Genesi) corrisponde alla prima stagione, il Volume 2 (Generazioni) alla seconda, i Volumi 3 e 4 (Criminali e Fuggitivi) compongono la terza stagione, mentre il Volume 5 (Redenzione) è la quarta. Ogni macro-narrazione ha un proprio filo narrativo abbastanza indipendente, e questo approccio era tutt’altro che scontato per la televisione dell’epoca. Ogni volume porta a un proprio “equilibrio ritrovato”, anche se l’ultimo episodio introduce addirittura l’inizio di un sesto volume, intitolato Il mondo nuovo, che non è mai stato prodotto.

La serie fu premiata con un Emmy per i migliori effetti speciali e ottenne altre 13 candidature, tra cui quella come miglior drama nel 2007. Un riconoscimento che rispecchiava la percezione diffusa sia della critica che del pubblico.

Lo sciopero, la cancellazione e il catalogo parallelo

La parabola discendente di Heroes ha un colpevole preciso: lo sciopero degli sceneggiatori americani del 2007, che bloccò per mesi la produzione e la programmazione della seconda stagione, interrompendola dopo soli 11 episodi. Quando la serie tornò, molte trame erano rimaste in sospeso, e quella sensazione di incompiutezza non fu mai del tutto superata. Il pubblico, disorientato, cominciò ad abbandonare lo show in modo drastico, e i costi di produzione altissimi fecero il resto: nel maggio del 2010, NBC annunciò la cancellazione senza che fosse mai realizzato un vero finale di serie.

Nel 2015 arrivò Heroes Reborn, un seguito pensato come una storia separata con una nuova direzione narrativa, non come un tentativo di chiudere le trame lasciate in sospeso. Analogamente, lo spin-off Heroes: Origins non andò mai in produzione. Niente di tutto questo è riuscito a replicare la magia del primo ciclo.

Vale la pena ricordare che l’universo di Heroes non viveva solo in televisione: durante la messa in onda originale, la serie fu accompagnata da webepisodi e fumetti distribuiti attraverso il sito ufficiale. Particolarmente apprezzate furono le graphic novel disegnate da Aspen Comics, quasi duecento inserti di una decina di pagine ciascuno, in parte distribuiti anche in versione cartacea, che approfondivano personaggi e sottotrame. Un ecosistema narrativo che, per quell’epoca, era piuttosto insolito e contribuì a costruire una comunità di fan molto coinvolta. Se siete abbonati e volete scoprire tutti i contenuti disponibili, potete consultare i codici segreti di Netflix per navigare al meglio nel catalogo.