Trivelle nei mari italiani: perché un referendum?

Trivelle-nei mari-italiani

Le trivelle nei mari italiani e il piano energetico nazionale

La legge di stabilità 2016 del Governo Renzi, modificando quanto disposto dall’art. 35 del decreto sviluppo del giugno 2012, stabilisce che le compagnie petrolifere che hanno le loro trivelle nei mari italiani, potranno continuare ad estrarre petrolio a poche miglia dalla nostra costa fino a quando le trivellazioni continueranno ad essere produttive, senza alcuna scadenza predeterminata.

Contro quanto contenuto nella legge di stabilità a proposito delle trivelle nei mari italiani, ben nove Regioni, particolarmente interessate alla tutela dell’ambiente e del mare, avevano proposto un referendum che riguardava ben sei punti della norma incriminata. La Corte di Cassazione e la Corte Costituzionale hanno giudicato inammissibili cinque dei sei quesiti. La conseguenza “politica” è stata la corsa del Governo a modificare quasi completamente la norma in questione, lasciando ferma solo la mancanza di scadenza. Sarebbe stato sufficiente che il Governo apponesse un limite temporale allo stazionamento delle trivelle nei mari italiani, vicino alle nostre coste, per evitare il referendum.

Ma a questo punto il referendum si farà (si voterà il 17 aprile) e saremo chiamati a votare sul nostro gradimento o meno della permanenza sine die delle trivelle nei mari italiani.

Ma quali sono realmente i rischi che si corrono lasciando che le trivelle nei mari italiani agiscano nei pressi delle nostre coste senza limiti di tempo? E, soprattutto, perché il Governo italiano accetta lo “smacco” di un referendum anziché porre una data fine alle trivelle nei mari italiani?

trivelle nei mari italiani

Le motivazioni della scelta di lasciare le trivelle nei mari italiani

Partendo dalla seconda delle domande che ci siamo posti, possiamo certamente affermare che l’Unione Europea non avrebbe avuto nulla da obiettare se, pur concedendo alle compagnie petrolifere già operanti nel nostro mare di continuare a tenere le loro trivelle nei mari italiani, se ciò avesse avuto una scadenza temporale, quale che fosse.

E altrettanto sicuramente possiamo dire che il fantasma della disoccupazione che il Governo sta sventolando per giustificare la propria scelta, non sarebbe certo stato dietro l’angolo. Sicuramente l’opera delle trivelle nei mari italiani non sarebbe terminata subito, le trivelle non sarebbero state rimosse il giorno dopo. Anzi avrebbero continuato a lavorare per svariati decenni e pertanto non avrebbero certamente elevato il tasso di disoccupazione del Paese (che come tutti sappiamo è già sufficientemente alto di per sé).

La vera motivazione per cui il Governo Renzi ha deciso di non inserire una scadenza ai contratti secondo cui possono rimanere delle trivelle nei mari italiani, a pochi metri dalla nostra costa, è che in Italia manca un piano energetico nazionale. Mancando quest’ultimo, quale scadenza si sarebbe potuta dare a tali contratti? Mancando una chiara visione e una chiara strategia che porti l’Italia verso le energie rinnovabili, non conoscendo e non stabilendo alcuna priorità per lo sviluppo energetico del Paese, non avendo una vera e propria politica energetica, quale scadenza il Governo avrebbe mai potuto mettere? E allora, meglio lasciare ai cittadini la responsabilità di scegliere, con referendum. Meglio fare una politica energetica del “qui e ora”, anziché pensare delle strategie vincenti. Meglio lasciare le trivelle nei mari italiani anziché prendere delle decisioni.

I mezzi di informazione nazionali tacciono vistosamente sull’argomento. A nessuna delle grandi testate, siano esse televisive o della carta stampata, interessano le trivelle nei mari italiani. E ancor meno interessa il referendum.

Eppure non possiamo ignorare i gravi rischi costituiti dalla presenza delle trivelle nei mari italiani per l’ecosistema del nostro mare e delle nostre coste. Ecosistema che, giova ricordarlo, sostiene e dà occupazione alle zone interessate grazie al turismo e alla pesca e a tutto il loro indotto.

Le uniche a guadagnare da tutta questa faccenda sarebbero quindi proprio le compagnie petrolifere che pagherebbero delle royalties bassissime fino allo sfruttamento totale degli pseudo-giacimenti dei quali vanno in cerca con le loro trivelle nei mari italiani.

A perderci, e anche parecchio, sarebbero, oltre al nostro ambiente sottoposto a grandi rischi per lunghissimo tempo, le economie che ruotano intorno al mare e al turismo e tutte quelle aziende italiane che sono impegnate nella produzione di energia pulita, derivante da fonti rinnovabili, nel pieno rispetto della salute e dell’ambiente, al contrario di coloro che utilizzano le trivelle nei mari italiani per continuare a produrre energia “sporca” e probabili danni ambientali.

Quando saremo nel chiuso delle urne, il 17 aprile, cerchiamo di valutare tutti i pro e i contro del tenere le trivelle nei mari italiani, tutti i pro e contro delle nostre scelte, tenendo soprattutto presente che le stesse impatteranno non solo su di noi, ma anche sulle generazioni future che oggi non possono ancora esprimere la loro opinione, ma che subiranno gli effetti della nostra.

Lascia il tuo commento:

commenta